Prima di tutto, che tipo di persona ritieni di essere? Credo fortemente in ciò che non sembra essere rilevante per la maggioranza delle persone, in quei valori come integrità, onestà e generosità; forse dovrebbero essere rivalutati. Sono una solitaria, motivo per cui la vita matrimoniale non ha mai funzionato e infatti sono stata sposata quattro volte. La mia è una vità divertente, faccio esattamente ciò che voglio e mi comporto perché le cose rimangano tali. La libertà è un elemento a cui tengo nonostante il suo sia un costo elevato. Tengo di più all’essere libera rispetto alla ricchezza economica. Certo, i soldi sono sempre i benvenuti.
Tornando al principio, ci racconti qualcosa sul tuo percorso? Avete mai visto il film del 1972 di Luis Bunuel The Discreet Charm of the Bourgeoisie (Il fascino discreto della borghesia)? C’è una scena in cui un soldato si siede con degli sconosciuti ed inizia a raccontare la propria vita. Comincia così: “E’ una lunga storia e ve la racconterò”. Non sono molto sicura da dove potrei partire. Quando ero adolescente sognavo di diventare una stilista ma non sono mai stata una grande illustratrice e il fatto di non essere in grado di disegnare bene è stato un blocco così ho pensato che non avrei mai potuto fare quella professione. Chiaramente una cosa senza senso. Abbandonai l’idea per un pò, dedicandomi al cinema. All’epoca non ero pronta a lavorare in team. Tutti al corso che frequentavo volevano diventare direttori, nessuno qualcosa d’altro. Dopo un breve salto nella cinematografia decisi di dedicarmi alla fotografia di reportage e lo feci per un certo periodo.
“Credo fortemente in ciò che non sembra essere rilevante per la maggioranza delle persone, in quei valori come integrità, onestà e generosità”

Pictures Credit: Cedric Viollet
Mi trasferii a New York, vivevo con il mio fidanzato, anche lui fotografo e pensavo non fosse il caso che entrambi svolgessimo la stessa professione; un giorno mi guardò e disse “Perchè non fai qualcosa di ovvio, come design”. Gli diedi retta e frequentai la Parsons School e il FIT (Fashion Institute of Technology) per nove mesi fino a quando compresi che se fossi rimasta a lungo nell’ambiente avrei perso il desiderio del design. Smisi e aprii il mio piccolo business. Dopo tredici anni di attività smisi, non perchè persi la passione per il design ma a causa della città in cui mi trovavo: a New York sembrava di vivere in Bladerunner e era diventato un luogo che non mi ispirava più. Con la fine degli anni Novanta l’AIDS aveva ucciso 2/3 del mio vicinato. Vivevo nel West Village, tra l’undicesima e Bleeker, dove ora sorge l’impero di Marc Jacobs e Magnolia Bakery. Il crimine era rampante e i senza tetto in crescita, non era un posto divertente e in quel periodo avrei preferito gettarmi dal ponte piuttosto che continuare a vivere in città. Così me ne andai, priva di strategia. Con me avevo soldi abbastanza per un anno ma a Parigi ne servono tre per fare in modo che le cose accadano. Se non riescono a spaventarti in quel lasso di tempo devono abituarsi alla tua presenza. Ora sono ventanni che vivo qui. Il primo lavoro fu come costume designer per Amos Gitai e il film era Golem l’Esprit d’Exile (Golem lo spirito dell’esilio). Fu entusiasmante incontrare il “lighting director” Henri Alekan; aveva lavorato con Cocteau in La Belle et La Bete (La Bella e la Bestia) e con Wim Wenders in Wings of Desire (Il cielo sopra Berlino). Aveva ottantasette anni e l’energia di qualcuno con la metà dei suoi anni. Il mio lavoro era solo vestire i due attori principali, Hanna Schygulla e Vittorio Mezzogiorno. Fu comunque entusiasmante perchè avevo visto ogni film di Rainer Werner Fassbinder e lei era la sua musa. Lavorai come assistente al produttore di Fashion Files, programma della CBC, dove il presentatore era Tim Blanks. Si trattava di una sorta di passo indietro per la carriera ma si deve anche pagare l’affitto. In seguito divenni fashion editor donna per Joyce Ma: aveva un magazine pubblicato a Tokyo ma prodotto a Parigi e Londra. Lo feci per quattro anni e mezzo, per passare successivamente ad Elle.com dove ricoprivo il ruolo di editore e avevo una colonna chiamata Dr. Diane, nella quale davo consigli di stile. Poi lavorai con Tina Isaac, editore responsabile del sito vogueparis.com. Nel frattempo ero solita contribuire alla sezione moda del Disciple Films e nel Febbraio 2005 fondai il mio blog ashadedivievonfashion.com. Nel 2006 inaugurai il primo fashion film festival a Los Angeles chiamato You Wear it Well. Lavorai con il mio collaboratore per due anni, fino a che arrivammo alla conclusione che non era possibile continuare; a quel punto lanciai A Shaded View on Fashion Film al Jeu du Paume nel Settembre 2008. Tolto questo ricopro il ruolo di co-editor in Chief per ZOO Magazine e continuo a creare film di piccola portata; il mio interesse primario è sviluppare il fashion film festival.
Ricordi cosa ti ha fatto arrivare a questo punto? La stilista, come ho detto prima, era un sogno d’infanzia. La fotografa è stato probabilmente a causa della mia difficoltà di lavorare in team, cosa che ora adoro. La giornalista accadde abbastanza accidentalmente: Tiffany Godoy mi chiese di scrivere un pezzo piuttosto complicato su un amministratore delegato che si trasferisce da un’azienda di lusso ad un’altra. Dovetti creare anche la grafica, fu una sfida ma lo feci. Da quel momento mi vennero commissionati altri lavori. Studiai giornalismo per un solo semestre, non era qualcosa che avevo pianificato. Il mio film festival mette assieme ciò che amo; la moda e i film. Il cerchio è completo. La maggiore parte delle cose nella mia vita avvengono in modo organico. Non ho mai avuto una strategia reale, ne con il blog ne con altro. Faccio ciò che amo e ora si tratta di curare un gruppo di stilisti, fotografi, artisti o registi. Ecco di che si tratta il mio festival. Una curatela.
La prima cosa che ha influenzato la tua personalità? Probabilmente i film. Ne ero ossessionata fin dall’infanzia, compravo tutti i magazine di cinema che potevo permettermi. I miei genitori erano soliti mostrarmi film stranieri ed ebbero una grande influenza su di me. Amo registi come Bunuel, Pasolini, Polanski, Visconti, Fellini.
Le persone a cui facevi riferimento? Quando osservi qualcuno pensando ‘vorrei diventare come loro’. Quando credevo di volere diventare una fotografa di moda, Guy Bourdin; spendevo ore guardando i suoi scatti su Vogue Paris ma decisi che se non avessi potuto fare meglio di ciò che vedevo non avrei neanche provato. Quando misi in piedi il mio brand a New York e Tokyo, probabilmente fu Charles James a decretare la mia voglia di creare moda. Fu un genio ed ebbi l’opportunità di incontrarlo al Chelsea Hotel. Era un alcolizzato che viveva in un appartamente fatiscente e dai muri scrostati ma gli devo molto rispetto. Rick Owens lo ha omaggiato in una delle sue collezioni e lo stesso ha fatto Andre Walker nel suo magazine Tiwimuta. E’ stato un immenso piacere. Tutti i film di Cassavates hanno avuto un impatto su di me e hanno cambiato la forma del cinema indipendente; lo stesso vale per Werner Herzog, Rainer Werner Fassbinder e Fellini.
Assorbiamo input da qualcunque cosa e da ovunque ma sicuramente il web è una delle risorse maggiori. Come influisce a livello ispirazionale? Fino a che la curiosità fa parte di te l’ispirazione resta viva. Mi piace semplicemente fare cose che mi interessano e circondarmi di persone creative e positive. Ovviamente sono totalmente dipendente da internet. Quando non sono connessa la mia personalità cambia, è una dipendenza e ammetto di dover essere online a tempo pieno. Da quando avevo tredici anni il mio desiderio è sempre stato viaggiare ed espormi a culture di ogni tipo. E’ diventata la mia realtà. Grazie al blog e al festival viaggio molto. Li affronto sperando di incontrare qualcuno di interessante perchè se accade funziona semplicemente tutto in modo migliore.
Vi sono differenze tra ieri e oggi e l’approccio al lavoro; ci stiamo muovendo verso una situazione migliore? Internet è l’aiuto migliore per i giovani designer e la crescita dell’e-commerce è senza ombra di dubbio rilevante. Prendiamo come esempio un sito come NJAL (Not Just A Label) dove designer indipendenti possono mostrare i loro lavori saltando un passaggio, quello del buyer e entrare in contatto diretto con il consumatore. E’ una vendetta verso le grandi aziende in grado di rendere le cose più reali. Quindi sì, penso che le cose stiano andando per il meglio.
La nostra mente è influenzata da ciò che ci circonda. Ritieni che ti abbia cambiata l’industria della moda? Mi considero un pò dentro e un pò fuori dal settore ed è il modo in cui vorrei restassero le cose. L’interesse rilevante sta nella creazione e nelle persone che hanno qualcosa da comunicare. Non vorrei prendere parte al bisbiglio e alle cattiverie anche se sono consapevole sia di questo che alle persone piace leggere. Non so come mi abbia cambiata. Sono ancora un idealista.
Qual’è la città, a dispetto delle più popolari nella moda, di cui raccomandi la visita? Un paio di anni fa curai una mostra di moda e fotografia a Santiago de Campostela. La cattedrale della città fu costruita nel nono secolo per i pellegrini religiosi del Medioevo. Guardavo dalla finestra del Parador Los Reyes Catolicos e c’era un musicista magro con un cappello sopra un cappuccio nero che si copriva il volto. Le labbra rosse da cui sbucava la sigaretta erano scoperte grazie ad un buco e suonava il suo strumento. Ero con Robb Young, Zowie da Boudicca, Graham Tabor, Miguel Villalobos e Mr. Pearl. Eravamo stati tutti trasportati nell’era medievale. L’hotel è nella piazza in cui sorge la cattedrale, era un ospedale per i pellegrini malati. Assolutamente magico.
La cosa più gentile che uno sconosciuto ti abbia mai detto? Non so se si tratti della più bella ma è comunque una memoria piacevole. Mi trovavo fuori dalla sfilata di Raf Simons e parlavo con degli amici. Vidi questo ragazzo in lontananza, mi sorrise e ricambiai. Poco dopo Miguel Villalobos era di fronte a me. Mi disse ‘Non è mia intenzione disturbare ma vorrei dirti che leggo il tuo blog tutti i giorni ed è un’ispirazione’. L’aveva scoperto mentre svolgeva una ricerca su Undercover e da allora aveva continuato a visitarlo regolarmente. Chiese se poteva farmi qualche foto a casa. Gli dissi a casa no ma decisi di incontrarlo al Palais du Tokyo il pomeriggio seguente. Quella foto fu scattata ventiquattro ore dopo il nostro incontro e divenne piuttosto iconica. Fu anche l’inizio della nostra amicizia.
Parlando del tuo aspetto, che storie racchiudono le spille che indossi? Tutte hanno una storia. Prendiamo la chiocciola d’argento: un giorno Miguel mi chiamò chiedendomi se mi piacessero le chiocciole, risi e gli dissi che vivevo a Parigi e sì mi piacevano. Mi fece una chiocciola anatomicamente corretta. I ragni vengono da Mario Salvucci; lo incontrai a New York a metà anni Ottanta, si occupava degli accessori delle mie collezioni. Negli ultimi dieci anni ha disegnato luci. I ragni sono stati un ritorno alla gioielleria ma continua comunque con le luci.


Nice trailer for A Shaded View on Fashion! Diane! Great interview…
Thank you so much for the article. All the best, Diane